Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare (DCA), una delle domande più frequenti è: “Perché non chiedere aiuto se si sta così male?”. In effetti è un dubbio legittimo: perché è tanto difficile chiedere aiuto nei disturbi alimentari? A prima vista, potrebbe sembrare una domanda semplice, quasi ovvia. Se qualcosa ci fa soffrire, perché non cercare supporto per uscirne?
Eppure, per chi vive un rapporto difficile con il cibo, con il corpo e con il proprio valore personale, la risposta è tutt’altro che scontata. Anzi, spesso è proprio questa apparente “semplicità” a generare ulteriore senso di colpa e incomprensione.
In realtà, dietro alla difficoltà di chiedere aiuto c’è un meccanismo psicologico complesso, che ha a che fare con un’esperienza molto comune: l’ambivalenza.
L’ambivalenza nei disturbi alimentari: cosa significa davvero
Quando parliamo di ambivalenza, ci riferiamo alla presenza simultanea di due spinte opposte.
Da una parte, possiamo desiderare profondamente di stare meglio, di uscire dalla sofferenza, di liberarci da pensieri ossessivi e comportamenti che ci fanno stare male.
Dall’altra, però, può esserci una parte di noi che fatica a lasciare andare proprio quel problema. Questo può sembrare contraddittorio, ma è estremamente comune.
Non si tratta di indecisione o mancanza di volontà. Si tratta di un conflitto interno reale, spesso molto intenso, che rende il cambiamento più complesso di quanto possa apparire dall’esterno.
“Se fosse così semplice, lo avremmo già fatto”
Un punto fondamentale da comprendere Perché è difficile chiedere aiuto nei disturbi alimentari è questo: se superare un disturbo alimentare fosse solo una questione di “decidere di stare meglio”, molte persone lo avrebbero già fatto da sole.
Il fatto che ciò non accada non è segno di debolezza, ma indica che il problema svolge, in qualche modo, una funzione psicologica. Ed è proprio qui che entra in gioco uno degli aspetti più difficili da accettare, sia per chi soffre sia per chi osserva dall’esterno: il disturbo alimentare non è solo sofferenza.
Il ruolo “funzionale” del disturbo alimentare
Per quanto possa sembrare paradossale, i comportamenti legati al cibo e al corpo possono avere avuto, nel tempo, una loro utilità. Possono aver rappresentato:
- un modo per gestire emozioni difficili
- una strategia per affrontare ansia, tristezza o senso di vuoto
- un tentativo di recuperare un senso di controllo
- una forma di organizzazione interna, quando tutto il resto appare confuso
Questo non significa che siano soluzioni efficaci o sostenibili. Ma significa che, in un certo momento, hanno avuto un senso per la chi ne soffre. Nonostante i costi, la fatica, le rinunce, il disagio e tutte le problematiche che comporta avere un problema alimentare, questo rimane la migliore soluzione che la persona è riuscita a trovare per gestire alcune sue difficoltà, con i mezzi a sua disposizione. Ed è proprio questo che rende il cambiamento così complesso.
Il paradosso del cambiamento: lasciare qualcosa che “funziona”
Quando iniziamo a pensare di chiedere aiuto, non stiamo solo considerando di abbandonare qualcosa che ci fa soffrire. Stiamo anche, implicitamente, considerando di lasciare andare qualcosa che (almeno in parte) ci aiuta o ci ha aiutato.
Questo crea un paradosso:
- da un lato vogliamo stare meglio
- dall’altro temiamo di perdere uno strumento che ci ha permesso di far fronte a qualcosa di difficile
È una tensione interna che può bloccare, rallentare o rendere estremamente faticoso il primo passo verso il cambiamento.
Perché cambiare fa paura (anche quando si sta male)
Un altro elemento centrale è la paura del cambiamento. Cambiare, infatti, non significa solo “stare meglio”. Significa anche:
- lasciare qualcosa di conosciuto, per quanto doloroso
- confrontarsi con ciò che il disturbo stava coprendo o gestendo
- affrontare emozioni che potrebbero emergere con più intensità
- tollerare incertezza, vulnerabilità e perdita di controllo
In questo senso, restare nella situazione attuale può sembrare, paradossalmente, più sicuro. Non perché sia realmente migliore, ma perché è conosciuto.
La difficoltà di chiedere aiuto: non è mancanza di volontà
Alla luce di tutto questo, possiamo comprendere meglio perché è difficile chiedere aiuto nei disturbi alimentari sia così difficile.
Non si tratta di “non voler stare meglio”. Si tratta di essere immersi in un conflitto interno in cui entrambe le parti hanno delle ragioni. Una parte di noi spinge verso il cambiamento. Un’altra parte cerca di proteggerci, mantenendo qualcosa che percepiamo come utile o necessario. Ridurre questa complessità a una questione di volontà rischia di essere non solo impreciso, ma anche dannoso.
L’ambivalenza non è un ostacolo: è un punto di partenza
Un aspetto fondamentale, spesso trascurato, è che l’ambivalenza non deve essere eliminata prima di chiedere aiuto. Al contrario, può essere proprio ciò da cui partire. Non è necessario sentirsi pronti, motivati al 100% o completamente convinti del cambiamento per iniziare un percorso.
Possiamo iniziare anche portando i nostri dubbi, le nostre paure, le resistenze, la sensazione di essere “combattuti”
In un contesto terapeutico, l’ambivalenza non viene giudicata, ma esplorata. Non è un impedimento alla possibilità di lavorare su di sé: è un punto di partenza. Diventa materiale di lavoro, uno spazio in cui comprendere meglio cosa sta succedendo dentro di noi.
Parlare dell’ambivalenza: perché è così importante
Dare voce a questa ambivalenza può essere estremamente trasformativo. Significa riconoscere che il nostro comportamento ha avuto un senso, le nostre difficoltà non sono casuali (ma hanno invece un senso), il cambiamento non è lineare né immediato.
Ma soprattutto, significa iniziare a costruire un rapporto diverso con noi stessi, più comprensivo e meno giudicante.
Uno degli ostacoli più grandi è l’idea che si debba essere “pronti” per chiedere aiuto. In realtà, è spesso il contrario. Chiedere aiuto è proprio ciò che permette di avvicinarsi gradualmente al cambiamento. Non è il punto di arrivo, ma il punto di partenza.
Non richiede certezze, ma disponibilità (anche minima) a iniziare a guardare ciò che stiamo vivendo.
Conclusioni: iniziare da dove siamo
Quindi perché è difficile chiedere aiuto nei disturbi alimentari? La ragione è che si tratta di ersperienze complesse, che raramente si riducono a una semplice questione di cibo o corpo. Coinvolgono emozioni, identità, senso di controllo e modalità profonde di relazione con sé stessi. Per questo, la difficoltà di chiedere aiuto non è un’anomalia. È, al contrario, una parte comprensibile del processo. Riconoscere l’ambivalenza, darle spazio e iniziare a parlarne può rappresentare un primo passo fondamentale. Non serve avere tutte le risposte. Non serve essere completamente pronti.
Possiamo iniziare esattamente da dove siamo.
Se senti di soffrire di una problematica alimentare potrebbe valere la pena rivolgersi a un professionista per ricevere supporto. Per qualsiasi domanda, dubbio o per fissare una consulenza non esitare a contattarmi.

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